L’eleganza del riccio

Per la rubrica Parole vi presento L’eleganza del riccio (L’élégance du hérisson) di Muriel Barbery, scritto nel 2006.

Il libro è stato una delle sorprese editoriali del 2006 in Francia: ha infatti avuto ben 50 ristampe ed ha venduto oltre 600.000 copie, occupando il primo posto nella classifica delle vendite per 10 mesi e vincendo numerosi premi letterari tra i quali il Premio Georges Brassens 2006, il Premio Rotary International ed il Prix des Libraires assegnato dalle librerie francesi.

Ecco alcune tra le frasi più belle

In fondo siamo programmati per credere a ciò che non esiste, perché siamo esseri viventi e non vogliamo soffrire. Allora cerchiamo con tutte le forze di convincerci che esistono cose per cui vale la pena vivere e che per questo la vita ha un senso.

Fin dai suoi esordi, l’uomo non ha fatto molti progressi: crede ancora di non essere qui per caso e che ci siano degli dei, perlopiù benevoli, a vegliare sul suo destino.

Mi dico che forse in fondo, la vita è così: molta disperazione, ma anche qualche istante di bellezza dove il tempo non è più lo stesso. È come se le note musicali creassero una specie di parentesi temporale, una sospensione, un altrove in questo luogo… un sempre nel mai. Si, proprio così, un sempre nel mai.

Basta aver sperimentato una sola volta che possiamo essere ciechi in piena luce e, al contrario, vederci nell’oscurità per interrogarci sulla visione.

In realtà temiamo il domani solo perché non sappiamo costruire il presente e quando non sappiamo costruire il presente ci illudiamo che saremo capaci di farlo domani, e rimaniamo fregati perché domani finisce sempre per diventare oggi.

Il bello è ciò che cogliamo mentre sta passando. È l’effimera configurazione delle cose nel momento in cui ne vedi insieme la bellezza e la morte.

Nei momenti supremi la verità deve pur venire a galla. […] Tutti noi, quando non abbiamo più vie di uscita, dobbiamo affrontare il destino in cui siamo imprigionati, e all’epilogo essere quello che siamo sempre stati nel profondo, qualunque fosse l’illusione in cui ci siamo voluti cullare.

La gente crede di inseguire le stelle e finisce come un pesce rosso in una boccia.Mi chiedo se non sarebbe più semplice insegnare fin da subito ai bambini che la vita è assurda.Questo toglierebbe all’infanzia alcuni momenti felici, ma farebbe guadagnare un bel po’ di tempo all’adulto-senza contare che si eviterebbe almeno un trauma, quello della boccia.

È molto piacevole ascoltarlo parlare, anche se quello che racconta ti è del tutto indifferente, perché ti parla davvero, si rivolge a te. È la prima volta che incontro qualcuno che si preoccupa di me quando mi parla: non aspetta l’approvazione o il disappunto, mi guarda con l’aria di dire: “Chi sei? Vuoi parlare con me? Mi fa proprio piacere stare con te! “. Ecco cosa volevo dire con la parola gentilezza, questo modo di fare che dà all’altro la sensazione di esserci.

Per la prima volta ho incontrato qualcuno che cerca le persone e vede oltre. Può sembrare banale, eppure credo che sia profondo. Non vediamo mai al di là delle nostre certezze e, cosa ancora più grave, abbiamo rinunciato all’incontro, non facciamo che incontrare noi stessi in questi specchi perenni senza nemmeno riconoscerci. Se ci accorgessimo, se prendessimo coscienza del fatto che nell’altro guardiamo solo noi stessi, che stiamo soli nel deserto, potremmo impazzire. (…) Io invece supplico il destino di darmi la possibilità di vedere al di là di me stessa e di incontrare qualcuno.

Adesso so quello che dobbiamo vivere prima di morire: posso dirvelo. Prima di morire quello che dobbiamo vivere è una pioggia battente che si trasforma in luce.

Madame Michel ha l’eleganza del riccio: fuori è protetta da aculei, una vera e propria fortezza, ma ho il sospetto che dentro sia semplice e raffinata come i ricci, animaletti fintamente indolenti, risolutamente solitari e terribilmente eleganti.

Su una cosa però siamo d’accordo: l’amore non deve essere un mezzo, l’amore deve essere un fine.

Forse essere vivi è proprio questo: andare alla ricerca degli istanti che muoiono.

Non usare il tuo corpo per attirare attenzioni… troverai solo persone disposte ad usarlo… ricopriti di aculei e toglili solo a chi ti vuole per quello che sei dentro non per il tuo corpo

Il romanzo ha anche ispirato la pellicola Il riccio diretta da Mona Achache nel 2009.
Clicca qui per leggere il romanzo in PDF
Giulia Gentili
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Non ti muovere

Per la rubrica Parole voglio presentarvi un romanzo che ho trovato bellissimo, vincitore del Premio Strega nel 2002.


I libri che preferisco sono quelli che rimangono tra i miei pensieri dopo averli chiusi…

Non ti muovere di Margaret Mazzantini è, senza dubbio, uno di questi.

Ecco alcune delle frasi più belle…

“Sei arrivata dal fondo del viale, in volata verso l’incrocio. Ce l’avevi quasi fatta, e quello della macchina ce l’aveva quasi fatta a schivarti. Ma c’era fango per terra, guano oleoso di storni in raduno. Le ruote della macchina hanno slittato dentro quella crosta sdrucciolevole, poco, ma quel poco è bastato a sfiorare il tuo scooter. Sei andata su verso gli uccelli e sei tornata giù dentro la loro merda, e insieme a te è tornato il tuo zaino con gli adesivi.”

“Un piccolo gemito ti è uscito dalle labbra insieme a un bozzolo di schiuma rosata, mentre te ne andavi dalla vita vigile. C’era traffico, l’ambulanza ha tardato. Tu non avevi più fretta. Eri ferma dentro la tua giacca di pelo come un uccello senza vento.”

“Io non mi sono mai sentito “naturale”, mi sono impegnato per esserlo, tentativi striduli, perché impegnarsi per essere naturali è già una sconfitta.”

Chi ti ama c’è sempre, c’è prima di te, prima di conoscerti.”

“Gli occhi dietro alle lacrime come due pesciolini in un mare troppo stretto.”

“La mia vita è stata tutta così… piena di piccoli segni che mi vengono a cercare.”

“Il coraggio, Angela, appartiene agli amori nuovi, gli amori vecchi sono sempre un po’ vili.”

“Non crucciarti, Italia, la vita è questa. Attimi superbi di vicinanza e poi gelide folate di vento. E se tu soffri laggiù, oltre l’ultimo faraglione di cemento, la tua sofferenza mi è ignota in questa distanza, ed è estranea. Che importa se sei gravida di un mio sputo sporco? Stanotte sei sola con il tuo bagaglio sotto la pensilina di un treno che se ne va, che hai perduto.”

“Non lo so, Angelina, dove vanno le persone quando cessano di esistere. Ma so dove restano.”

“E quando quella mano fredda, come la pietra dov’era posata, si ferma sulla mia guancia, io so che la amo. La amo, figlia mia, come non ho mai amato nessuno. La amo come un mendicante, come un lupo, come un ramo di ortica. La amo come un taglio nel vetro. La amo perché non amo che lei, le sue ossa, il suo odore di povera.”

“Ero felice, non ci si accorge mai di esserlo, Angela, e mi chiesi perché l’assimilazione di un sentimento così benevolo ci trovi sempre impreparati, sbadati, tanto che conosciamo solo la nostalgia della felicità, o la sua perenne attesa.”

“Mi sono accanito contro il mio destino, ho lottato a piene mani contro di lui che mi scacciava dai miei sogni, mi buttava in un altro verso.”

“Gli amori nuovi sono pieni di paure, Angela, non hanno un posto nel mondo e non hanno un capolinea.”

“Non saprò mai quanti uomini l’hanno amata prima di me, ma so che ognuno, accudendola o scalfendola, ha contribuito a plasmarla, a farla così com’è.”

 

Se vi ho convinti potete cliccare qui per leggerlo in PDF

 

Giulia Gentili

 

IL CAVALIERE D’INVERNO

Oggi per la rubrica Parole vi presento le citazioni più belle di

uno dei miei libri preferiti “Il cavaliere d’inverno” di Paullina Simons.

“Fai a te stessa queste tre domande, e scoprirai chi sei: in cosa credi? In cosa speri? E soprattutto… cosa ami?”

“Ho trovato il vero amore sulle rive del Kama.”
“Io l’ho trovato in via Saltjkova-Scedrina, mentre mangiavo il
gelato seduta su una panchina.”
“Non mi hai trovato Tatia. Non mi stavi neanche cercando. Sono io che ti ho trovata.”
Lunga pausa.”Tu mi ….stavi cercando?”
“Da una vita”

 “La tua presenza in me è più forte di una bomba, di una scarica di pallottole. Tu hai messo il tuo cuore al posto del mio.”

“Fa che sia viva, anche se non mi ama più. Non posso vivere in un mondo dove lei non esiste…”

“Addio mia canzone sotto la luna e mio respiro, mie notti bianche e giorni d’oro, mia acqua fresca e mio fuoco. Addio. Che tu possa trovare conforto e una vita migliore, e quando l’alba occidentale illuminerà ancora una volta il tuo viso adorato, sii certa che quello che ho provato per te non è stato invano. Addio… E abbi fede mia dolce Tatiana.”

“Soldato, lascia che ti accarezzi il viso e baci le tue labbra, lasciami urlare attraverso i mari e sussurrare attraverso i prati ghiacciati della Russia quello che sento per te… Luga, Ladoga, Leningrado, Lazarevo… Alexander, un tempo tu mi hai portata e io ora porto te. Nella mia eternità ora io porto te. Attraverso la Finlandia, attraverso la Svezia, fino in America con le mani tese, mi ergerò e mi farò avanti, destriero nero che galoppa senza cavaliere nella notte. Il tuo cuore, il tuo fucile mi conforteranno, saranno la mia culla, la mia tomba. Lazarevo stilla il tuo essere nel mio cuore, goccia d’alba al chiaro di luna, goccia del fiume Kama. Quando mi cerchi, cercami là, perchè là sarò tutti i giorni della mia vita.”

Spero di avervi invogliato a leggere questo fantastico libro, buona lettura!

Per sapere di più sulla trama (clicca qui). 

Francesca Ciccaglione

La solitudine dei numeri primi

Vi presento la nuova rubrica Parole!

Ogni settimana Francesca, Ilaria ed io riporteremo alcune citazioni tratte dai nostri libri preferiti.

Questa settimana ho scelto La solitudine dei numeri primi di Paolo Giordano, romanzo vincitore del Premio Strega e del Premio Campiello Opera prima nel 2008, a cui si è ispirato l’omonimo film di Saverio Costanzo del 2010.

“I numeri primi sono divisibili soltanto per 1 e per se stessi. Se ne stanno al loro posto nell’infinita serie dei numeri naturali, schiacciati come tutti fra due, ma un passo in là rispetto agli altri. Sono numeri sospettosi e solitari e per questo Mattia li trovava meravigliosi. Certe volte pensava che in quella sequenza ci fossero finiti per sbaglio, che vi fossero rimasti intrappolati come perline infilate in una collana. Altre volte, invece, sospettava che anche a loro sarebbe piaciuto essere come tutti, solo dei numeri qualunque, ma che per qualche motivo non ne fossero capaci”.

“Parlavano poco, ma trascorrevano il tempo insieme, ognuno concentrato sulla propria voragine, con l’altro che lo teneva stretto e in salvo, senza bisogno di tante parole”.

“Erano così, due primi gemelli, soli e perduti, vicini ma non abbastanza per sfiorarsi davvero”.

“Ecco. Ci pensava spesso. Di nuovo. Era come un altra delle sue malattie, dalla quale non voleva veramente guarire. Ci si può ammalare anche solo di un ricordo e lei era ammalata”.

“Mattia lo sapeva. Sapeva tutto quanto, ma non riusciva a muoversi da dov’era. Come se, abbandonandosi al richiamo di Alice, potesse ritrovarsi in trappola, annegarci dentro e perdersi per sempre. Era rimasto impassibile e in silenzio, ad aspettare che fosse troppo tardi”.

“Di sera, nell’intrecciarsi caotico di immagini che precede il sonno, quando la mente è troppo debole per raccontarsi bugie”.

“Aveva imparato a rispettare il baratro che lui aveva scavato tutto intorno a se… anni prima aveva provato a saltarlo quel baratro e ci era cascato dentro… ora si accontentava di sedersi sul ciglio con le gambe a penzoloni nel vuoto!”

“Perché l’amore di chi non amiamo si deposita sulla superficie e da lì evapora in fretta…”

“Sentirsi speciali è la peggiore gabbia che uno possa costruirsi”.

“Erano uniti da un filo che poteva esistere soltanto fra due come loro: due che avevano riconosciuto la propria solitudine l’uno nell’altra”.

 

Per saperne di più sull’autore, Paolo Giordano, clicca qui

Per vedere il trailer del film, clicca qui

Giulia Gentili